È un fatto. Tendiamo a vivere come se l'esistenza fosse qualcosa che abbiamo intorno senza toccarci eccessivamente, un po' come pesci in una boccia d'acqua: ci svegliamo la mattina, un mugugno di saluto alla persona che abbiamo accanto nel letto, i soliti malumori, problemi, malfunzionamenti del menage quotidiano. Una casa disordinata o da sistemare senza che ci siano i soldi, una relazione che dura da molti anni e che non ha più nemmeno l'aspetto della sorpresa. Le solite frasi dette e ridette, le incomprensioni, le discussioni stupide perché si è stanchi e si ha voglia di sfogarsi per quanto è complicato il mondo.
Tutte queste cose noi le pensiamo normali, e forse a ragione. Quante volte è successo a ognuno di noi di alzarsi già incazzati, e di guardare il compagno o la compagna come se fosse la ragione dei nostri mali, come se fosse colpa sua se la nostra vita non è quel paradiso che ci aspettavamo da adolescenti? A me tante volte, e di grazia che sto con una persona paziente.
Viviamo come se la vita non ci toccasse, come se il vero senso delle cose stesse in altro dai minuti che passano lenti sui nostri orologi.
E poi succede.
Il qualcosa che non avresti mai voluto. Il giorno che tutti noi speriamo di non vedere mai.
Stavolta a me mi ha solo sfiorato: venerdì, alle cinque e mezzo del pomeriggio, il marito di un'amica carissima è morto in un incidente d'auto. La sua vita, quella dei figli, dei genitori, degli amici è cambiata per sempre nell'attimo di uno schianto.
Ma si muore così?
Si, nella maniera più stupida, insensata e semplice che si possa pensare.
E io, nelle lunghe ore passate a casa sua, a sentirla piangere e dire che non poteva farcela, ad aspettare che arrivasse il giorno dell'autopsia e infine il funerale, pensavo con orrore a quante volte queste due persone, sposate giovanissime, sposate da vent'anni, avranno litigato la mattina per la spazzatura non gettata, per il ritardo al lavoro, per un giorno di ferie non preso. Stupido, ma succede, e quando succede a me io resto lì, al tavolo della colazione oppure seduta sul mio lato del letto, a farla sbollire, a rendermi conto che ho esagerato, ad aspettare che arrivino le sei e mezzo e che il Topo apra la porta per guardarlo, scusarmi, sentirmi dire che non è successo niente e ricominciare, perché, anche se sembrava, non ho smesso di amarlo.
Solo che venerdì per la mia amica questo momento non è mai arrivato. Il loro tempo è finito prima.
Ed io, per loro, rimpiango tutte le volte che non ho detto al mio uomo che lo amo, che per me è la cosa più importante al mondo e che, se lo vedessi steso sul lettino di una camera mortuaria impazzirei. Rimpiango i malumori che ci hanno rovinato le giornate, le liti cretine per orgoglio. Rimpiango di non essere sempre capace di guardarlo con l'amore stupito con cui lui mi guarda.
E so che tutte le volte che questo ancora succederà, perché succede, io farò un torto alla mia amica senza che lei lo sappia, a lei e a tutti quelli che non hanno avuto tempo di dirsi un'ultima volta quello che davvero conta.
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mercoledì 8 dicembre 2010
lunedì 28 giugno 2010
L'entità metafisica del salotto
The "V day" is finally come!!!Ieri, ore 19,10 fuso di Roma abbiamo montato l'ultima libreria, nonché ultimo pacco di mobilio Ikea che affollava il garage e ogni angolo della casa.. Ora ci resta da comprare le staffe per l'elemento libreria angolare (che nessuno ci ha dato, mannaggia..) e risolvere lo schema di tetris in cui si è trasformato il nostro ingresso a causa degli scatoloni di libri spostati momentaneamente dalla sala da pranzo, ed il gioco è (più o meno) fatto: io e Topo abbiamo una casa tutta nostra..
Paradossalmente la stanza che ci ha creato i maggiori problemi è stata la sala.. Si perché abbiamo scoperto a nostre spese che definire un "salotto" è qualcosa di estremamente complicato..
Ora, la decisione che abbiamo preso (più o meno) all'unanimità è stata quella di "agganciare" il salotto fra l'angolo del divano angolare e l'angolo della libreria angolare: il risultato è stato una stanza molto "don't worry", con tanti cuscini morbidi tra cui sedersi, molto spazio per i libri miei e del Topo e una tv per le serate post-studio/lavoro.
E l'annosa questione è stata: e la vetrina per i piatti?
Si, perché il mio uomo è una sorta di figlia mancata, la cui madre lo ha ingozzato di merendine da piccolo per potergli prendere coi punti un servizio da tavola da 24 della Mulino Bianco (e perdonate lo spottone).
Solo che io non so' tipo da pranzo di famiglia da 24 persone per la gioia delle quali sfoggiare la tovaglia di fino e il servizio! Noi abbiamo un simpatico mezzo-servizio Ikea verdolino fatto di pezzi scompagnati che usiamo per tutti i giorni, e spero di poter comprare un servizio da sei nuovo se avessi a cena una coppia di amici.. Punto..
E col Topo abbiamo concluso che siamo di fronte a un gap generazionale: mentre le famiglie dei tempi dei miei suoceri (anni '40) usavano la sala da pranzo come "sala di rappresentanza", non fatta per la famiglia ma da usare nelle occasioni in cui la massaia doveva farsi valere sul campo da lei più congeniale, quello della cucina e della biancheria, noi abbiamo creato una stanza per noi, da vivere, per rilassarci, per essere prima di tutto famiglia, poi per il resto si vedrà.. Tant'è vero che se invito gente ci sediamo allegramente intorno al tavolo di cucina con me che smanazzo tra i fornelli e che dopo cena se si chiacchiera mi metto a spicciare.. Sarà poco elegante ma va bene così..
'Ste cose mi fanno sempre riflettere: in fondo credo che sia un bene non sentire tanti condizionamenti, ma Ohmmadre mi guarda come se fossi una snaturata.. E tutto perché non ho un tavolo estensibile e una vetrinetta per le stoviglie di pregio "per fare un certo tipo di inviti..", come a significare "per invitare il capo e ungerlo così che dia un lavoro a tuo marito.." E so già che quando avrò a cena donne di qualunque estrazione mi sentirò molto più "scoperta" che se avessi una lunga tavola apparecchiata con il lampadario di cristallo..Penso che la lotta per l'emancipazione femminile e la parità passino anche da qui: definirsi da soli l'entità metafisica del salotto (comune alimentare o bozzolo da bruco) senza panico da Gattopardo..
Voi che ne dite?
mercoledì 16 giugno 2010
Perdonami Gabriel!
Ogni volta che rileggo "L'Amore ai tempi del colera", splendido romanzo di Gabriel Garcia Marquez, non posso che restarmene attonita e afflitta da un dubbio: ma che cos'è l'amore?
Benvenuta nel club, direte voi..
Passo a spiegare.
La storia è semplice: due ragazzi si innamorano di quella passione cocente e assoluta che si può provare solo a quindici anni, vogliono sposarsi ma il padre di lei non è d'accordo perché per la figlia vuole qualcosa di più. Allora la trascina in un viaggio di due anni attraverso i villaggi della Colombia. I due ragazzi restano in contatto, sempre più convinti. Ma al ritorno la ragazza, cresciuta, più donna in qualche modo, padrona ora della sua vita, si accorge che tutta la passione provata altro non è che un'illusione, un "inganno della memoria". E con grande dolore di lui chiude la storia.
Lei si sposerà con un brillante giovane dottore, bello, ricco, di alto lignaggio, innamorato di lei come un capriccio, con cui farà due figli e con cui vivrà un matrimonio assolutamente NORMALE (particolare attenzione a questa parola), condito anche di separazione, litigate cretine e ripicche, corna e quant'altro. Salvo poi, al momento di morire, guardare lei con occhi lucenti e dirle "Dio sa quanto ti ho amata".
Funerale. La sera stessa si ripresenta il fidanzato di gioventù e le riconferma un'amore che in quel momento è datato più di cinquant'anni. Lei prima lo scaccia, poi lo riconsidera, poi stringe con lui una relazione prima umana che sentimentale, e alla fine parte con lui in battello: una deliziosa coppia di anziani.
La prima domanda è: cosa vuole dirci l'autore? (perdonate il piglio da professoressa di italiano)
Che il primo amore non si scorda mai? Può anche darsi.
Ma leggete in particolare la parte iniziale del libro, la descrizione di come la moglie accudisce il marito ormai anziano, di come ne sostiene insicurezze e paure, a modo suo, certo, non tutte le donne sono uguali. Leggete il racconto della loro prima notte insieme, di tutte le ripicche cretine che animano un matrimonio, del recupero della coppia dopo un tradimento. É lì che io ho visto l'amore, ho visto quello che tiene insieme me e il Topo, non una passione bruciante che tutto consuma, ma la gioia e la fatica delle piccole cose, la tenerezza infinita di fronte alle paure del compagno e insieme la rabbia di sentirsi traditi da quelle insicurezze, la dolcezza delle abitudini insieme.
E, a rifletterci, se gli originari fidanzati possono recuperare una relazione che, per come la vedo io, non c'è mai stata, è solo perché lei, cresciuta e donna, sa dirigere la relazione nella difficile strada della quotidianità, dove non si può essere Tristano e Isotta o Romeo e Giulietta, ma semplicemente Homer e Marge Simpson.
Io da questo libro imparo sempre qualcosa: che l'amore vero non sta negli slanci, quella è un'illusione, ma nella vita insieme, con piccole miserie e gioie infinite. Che se sai affrontare quelle meschinità certo non avrai la sicurezza di una passione da romanzo, ma presto o tardi guarderai nuovamente il tuo uomo o la tua donna e ti ricorderai di quanto la ami.
Se poi non è questo il succo del romanzo, perdonami Gabriel.
Benvenuta nel club, direte voi..
Passo a spiegare.
La storia è semplice: due ragazzi si innamorano di quella passione cocente e assoluta che si può provare solo a quindici anni, vogliono sposarsi ma il padre di lei non è d'accordo perché per la figlia vuole qualcosa di più. Allora la trascina in un viaggio di due anni attraverso i villaggi della Colombia. I due ragazzi restano in contatto, sempre più convinti. Ma al ritorno la ragazza, cresciuta, più donna in qualche modo, padrona ora della sua vita, si accorge che tutta la passione provata altro non è che un'illusione, un "inganno della memoria". E con grande dolore di lui chiude la storia.Lei si sposerà con un brillante giovane dottore, bello, ricco, di alto lignaggio, innamorato di lei come un capriccio, con cui farà due figli e con cui vivrà un matrimonio assolutamente NORMALE (particolare attenzione a questa parola), condito anche di separazione, litigate cretine e ripicche, corna e quant'altro. Salvo poi, al momento di morire, guardare lei con occhi lucenti e dirle "Dio sa quanto ti ho amata".
Funerale. La sera stessa si ripresenta il fidanzato di gioventù e le riconferma un'amore che in quel momento è datato più di cinquant'anni. Lei prima lo scaccia, poi lo riconsidera, poi stringe con lui una relazione prima umana che sentimentale, e alla fine parte con lui in battello: una deliziosa coppia di anziani.
La prima domanda è: cosa vuole dirci l'autore? (perdonate il piglio da professoressa di italiano)
Che il primo amore non si scorda mai? Può anche darsi.
Ma leggete in particolare la parte iniziale del libro, la descrizione di come la moglie accudisce il marito ormai anziano, di come ne sostiene insicurezze e paure, a modo suo, certo, non tutte le donne sono uguali. Leggete il racconto della loro prima notte insieme, di tutte le ripicche cretine che animano un matrimonio, del recupero della coppia dopo un tradimento. É lì che io ho visto l'amore, ho visto quello che tiene insieme me e il Topo, non una passione bruciante che tutto consuma, ma la gioia e la fatica delle piccole cose, la tenerezza infinita di fronte alle paure del compagno e insieme la rabbia di sentirsi traditi da quelle insicurezze, la dolcezza delle abitudini insieme.E, a rifletterci, se gli originari fidanzati possono recuperare una relazione che, per come la vedo io, non c'è mai stata, è solo perché lei, cresciuta e donna, sa dirigere la relazione nella difficile strada della quotidianità, dove non si può essere Tristano e Isotta o Romeo e Giulietta, ma semplicemente Homer e Marge Simpson.
Io da questo libro imparo sempre qualcosa: che l'amore vero non sta negli slanci, quella è un'illusione, ma nella vita insieme, con piccole miserie e gioie infinite. Che se sai affrontare quelle meschinità certo non avrai la sicurezza di una passione da romanzo, ma presto o tardi guarderai nuovamente il tuo uomo o la tua donna e ti ricorderai di quanto la ami.
Se poi non è questo il succo del romanzo, perdonami Gabriel.
giovedì 27 maggio 2010
Dieta e altre torture
Ebbene, dopo un periodo di leggero disordine emotivo (ricerca della casa, trasloco e affini) ho deciso di cedere ai dictat dello specchio e ho finito per mettermi a dieta, parola che, come hanno detto tutti i miei amici, fa moscio solo a dirlo.. Ora, intendiamoci, non sono tipo da diete da fame: mi limito a mangiare due terzi al massimo di un pasto normale e a limitare le schifezze tipo merendine e intingoli. Insieme alle dieta sono arrivate anche le amiche creme rassodanti anticellulite: una tortura cinese consistente nello spalmo insistito di una gelatina verde fino al rigonfiamento dei bicipiti doloranti e non solo..
Ma qualcosa mi ha fatto riflettere..
Cos'è che nel mio grasso vi offende?
Parlo all'Augusta e alla Veneranda, mia madre e mia nonna, che proprio stamani mi hanno castigato con frasi del tipo "quando non avevi questi cinque chili eri bellissima..", parlo a tutte le donne che leggono con aria assertiva gli articoli più o meno stupidi delle riviste femminili e ritengono che la morbidezza (MORBIDEZZA, non sovrappeso o obesità) sia una piaga sociale, parlo a quelli che fabbricano i vestiti, perché a meno di poter spendere una fortuna, e non è il mio caso, non si trova una maglia o un pantalone più grande di una reale 46 al massimo.
Cos'è che nel mio grasso vi offende?
Perché non guardate la persona che voglio essere o voglio diventare? Perché non parlate prima con me e scoprite che magari siamo una famiglia di galeoni spagnoli e pretendere dimagrimenti da record è solo un'illusione? Perché non guardate a quello che posso offrire come persona e vi limitate alla mia circonferenza fianchi?
E perché tu, Augusta, che ieri hai pasturato a patatine e maionese avanzati da una cena, rivolgi la tua frustrazione addosso a me come se il mio rotolino fosse una tua sconfitta personale? Mi dispiace, non sono di legno, che ci vai con la pialla e via..
In genere di fronte a queste cose mi distacco, faccio una risata e passo agli articoli sul trucco o sul sesso, ma a volte è meno facile di altre..
Per la cronaca: se avessi avuto la possibilità di rifare tutto il guardaroba affanculo la dieta e tutto il resto.
Per ulteriori indicazioni su come la penso guardate Il blog del BeYourselfMovement a destra.
E per ultimo un doveroso grazie al Topo: mi ha sempre detto che secondo lui sono bellissima.
Ma qualcosa mi ha fatto riflettere..
Cos'è che nel mio grasso vi offende?
Parlo all'Augusta e alla Veneranda, mia madre e mia nonna, che proprio stamani mi hanno castigato con frasi del tipo "quando non avevi questi cinque chili eri bellissima..", parlo a tutte le donne che leggono con aria assertiva gli articoli più o meno stupidi delle riviste femminili e ritengono che la morbidezza (MORBIDEZZA, non sovrappeso o obesità) sia una piaga sociale, parlo a quelli che fabbricano i vestiti, perché a meno di poter spendere una fortuna, e non è il mio caso, non si trova una maglia o un pantalone più grande di una reale 46 al massimo.
Cos'è che nel mio grasso vi offende?
Perché non guardate la persona che voglio essere o voglio diventare? Perché non parlate prima con me e scoprite che magari siamo una famiglia di galeoni spagnoli e pretendere dimagrimenti da record è solo un'illusione? Perché non guardate a quello che posso offrire come persona e vi limitate alla mia circonferenza fianchi?
E perché tu, Augusta, che ieri hai pasturato a patatine e maionese avanzati da una cena, rivolgi la tua frustrazione addosso a me come se il mio rotolino fosse una tua sconfitta personale? Mi dispiace, non sono di legno, che ci vai con la pialla e via..
In genere di fronte a queste cose mi distacco, faccio una risata e passo agli articoli sul trucco o sul sesso, ma a volte è meno facile di altre..
Per la cronaca: se avessi avuto la possibilità di rifare tutto il guardaroba affanculo la dieta e tutto il resto.
Per ulteriori indicazioni su come la penso guardate Il blog del BeYourselfMovement a destra.
E per ultimo un doveroso grazie al Topo: mi ha sempre detto che secondo lui sono bellissima.
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martedì 4 maggio 2010
Rotolino adiposo alle terme
Era un pomeriggio assolato e caliginoso sulla nave. Il silenzio era interrotto dal lamento in lontananza dei gabbiani e dallo spazzolone del mozzo Amos sul legno del ponte. All'improvviso un tremore, onde che si alzano.. I marinai scappano sottocoperta di fronte al flagello che si avvicina: STA ARRIVANDO LA BALENA BIANCA!!!
Questo è esattamente quello che ho pensato davanti allo specchio del camerino di un noto negozio di costumi da bagno, quando mi sono provata il costume da bagno per le terme di sabato..
Eh si, è ricominciata la stagione balneare, altrimenti detto, la temperatura è abbastanza alta da consentire un bagno alle terme all'aperto senza annessa polmonite.
Sabato io e Nef abbiamo abbandonato le relative famiglie per una giornata di spaparanzo alle terme. Che vi devo dire, gente..
Fantastico..
Acqua calda come un brodo, bollicine solleticachiappe, getti anticervicale: sarà psicosomatico, ma le terme te la danno quella bella sensazione di fare qualcosa di specifico per la tua salute, anche se in effetti cicciosa ero e cicciosa so' rimasta (costume a parte che quello è uno schianto).
Ma non basta..
Le terme ti danno l'idea archetipica del lusso: hai a disposizione accappatoio e telo da bagno che dopo non sarai tu a lavare, puoi stare tutto il giorno spaparanzata su una sdraio in chiacchiera o languidamente a mollo nel consommè senza pastidapreparare lavatricedariempire pulireilbagno, ti preparano il pranzo, ti massaggiano fino alla scomposizione ai minimi termini.. Sarà per questo che ti costano come un'operazione alla cornea..
Nota a piè di pagina: da non credere quanto mi è mancato il topo.. Sarà stato che era sabato e per noi il sabato è sacro, dato che lui lavora tutta la settimana e la sera è così stanco che a stento mi vede nel letto; sarà tutto questo casino del trasloco, che ci riduce i momenti di intimità familiare..
Checcesai..
In effetti credo che alcuni momenti di distacco, in cui una coppia pratica attività separate (e la combinazione "io a mollo" e "lui in cucina col pupo" è particolarmente invitante), siano funzionali: sarà un'ovvietà, ma alla fine ti diverti un mondo a ritrovarti e raccontarti che il massaggiatore, Guido, era pelosissimo, somigliante sputato a Bilbo del "Signore degli Anelli" e con una voce da prete ciellino bassa bassa e fioca fioca...
Comunque penso che quest'estate lo prelevo anche a lui e lo porto a mollo.. Fosse la volta che dimagriamo tutti e due..
Questo è esattamente quello che ho pensato davanti allo specchio del camerino di un noto negozio di costumi da bagno, quando mi sono provata il costume da bagno per le terme di sabato..
Eh si, è ricominciata la stagione balneare, altrimenti detto, la temperatura è abbastanza alta da consentire un bagno alle terme all'aperto senza annessa polmonite.
Sabato io e Nef abbiamo abbandonato le relative famiglie per una giornata di spaparanzo alle terme. Che vi devo dire, gente..
Fantastico..
Acqua calda come un brodo, bollicine solleticachiappe, getti anticervicale: sarà psicosomatico, ma le terme te la danno quella bella sensazione di fare qualcosa di specifico per la tua salute, anche se in effetti cicciosa ero e cicciosa so' rimasta (costume a parte che quello è uno schianto).
Ma non basta..
Le terme ti danno l'idea archetipica del lusso: hai a disposizione accappatoio e telo da bagno che dopo non sarai tu a lavare, puoi stare tutto il giorno spaparanzata su una sdraio in chiacchiera o languidamente a mollo nel consommè senza pastidapreparare lavatricedariempire pulireilbagno, ti preparano il pranzo, ti massaggiano fino alla scomposizione ai minimi termini.. Sarà per questo che ti costano come un'operazione alla cornea..
Nota a piè di pagina: da non credere quanto mi è mancato il topo.. Sarà stato che era sabato e per noi il sabato è sacro, dato che lui lavora tutta la settimana e la sera è così stanco che a stento mi vede nel letto; sarà tutto questo casino del trasloco, che ci riduce i momenti di intimità familiare..
Checcesai..
In effetti credo che alcuni momenti di distacco, in cui una coppia pratica attività separate (e la combinazione "io a mollo" e "lui in cucina col pupo" è particolarmente invitante), siano funzionali: sarà un'ovvietà, ma alla fine ti diverti un mondo a ritrovarti e raccontarti che il massaggiatore, Guido, era pelosissimo, somigliante sputato a Bilbo del "Signore degli Anelli" e con una voce da prete ciellino bassa bassa e fioca fioca...
Comunque penso che quest'estate lo prelevo anche a lui e lo porto a mollo.. Fosse la volta che dimagriamo tutti e due..
venerdì 30 aprile 2010
Sono vecchia per queste cose..
Parliamone c'ha mal di gola.. Come i bimbi..
Direte voi, ma come si fa a prendere mal di gola alla fine d'aprile e con una stagione che è pure più "temperata" del solito? Mi piacerebbe rispondere che ho preso freddo durante una straordinaria performance sessica della notte scorsa, ma in realtà la causa è un'altra..
Nella mia città, che chiamerò Patanegra come il prosciutto spagnolo (manteniamolo, questo anonimato), c'è dappertutto questa cosa figa e trendy che si chiama aria condizionata.. L'alchimia
ha colpito ancora, e ora sono qua che mi pare di averci le tonsille rivestite di quelle spugnette verdi grattose che ci si puliscono le pentole.. Tra l'altro sto ancora aspettando che l'irritazione si diffonda lungo tutte le parti tubolari della faccia, come fa sempre..
E considerato che domani è prevista una giornata alle terme che mi pregusto una settimana la faccenda mi rosica non poco.. Fortuna, come ha detto l'Augusta Genitrice, che le terme male non possono farmi..
Per adesso mi imbottisco di tachipirina e prego qualche santo: come si dice, in medicina come in religione l'unica cosa che ti salva è la fede..
(coff coff, colpo di tossetta grattosa)
Direte voi, ma come si fa a prendere mal di gola alla fine d'aprile e con una stagione che è pure più "temperata" del solito? Mi piacerebbe rispondere che ho preso freddo durante una straordinaria performance sessica della notte scorsa, ma in realtà la causa è un'altra..
Nella mia città, che chiamerò Patanegra come il prosciutto spagnolo (manteniamolo, questo anonimato), c'è dappertutto questa cosa figa e trendy che si chiama aria condizionata.. L'alchimia
ascella sudata+30 centigradi esterni+botta di aria gelata
ha colpito ancora, e ora sono qua che mi pare di averci le tonsille rivestite di quelle spugnette verdi grattose che ci si puliscono le pentole.. Tra l'altro sto ancora aspettando che l'irritazione si diffonda lungo tutte le parti tubolari della faccia, come fa sempre..E considerato che domani è prevista una giornata alle terme che mi pregusto una settimana la faccenda mi rosica non poco.. Fortuna, come ha detto l'Augusta Genitrice, che le terme male non possono farmi..
Per adesso mi imbottisco di tachipirina e prego qualche santo: come si dice, in medicina come in religione l'unica cosa che ti salva è la fede..
(coff coff, colpo di tossetta grattosa)
martedì 27 aprile 2010
A te..
A te, che mi hai conosciuto quando ero ancora una bambina, e con poche parole mi hai aperto il cuore: avevo capito subito che avrei voluto stare con te, ma vallo a pescare uno di dieci anni più vecchio con un dottorato in un'altra città..
A te che tornavi sempre e mi raccontavi tante cose della tua vita..
A te che a un certo punto ci siamo guardati e ti ho detto: "ma che vai subito a casa?"..
A te per tutte le camminate lunghissime di quell'autunno, per le chiacchierate, le risate, la comprensione innata di due anime tanto diverse..
A te, che quel pomeriggio di febbraio ti avrei buttato giù dal parapetto, non fosse stato che già ti amavo troppo..
A te, che mi hai regalato un innamoramento fatto di lunghi discorsi e lettere, di passi fatti insieme, senza fretta..
A te che mi hai insegnato ad amare, e per me amare significa amarti..
A te, perché grazie a te ho imparato a lottare per ciò che è importante..
A te, perché quando ci siamo messi insieme ero una cosa informe, e tu mi hai aiutato a diventare una donna e ad affrontare la vita..
A te, adesso che stiamo per prendere una casa, perché tu sappia che lotterò con te quando il gioco diventerà duro..
A te che presto sarai mio marito..
Buon anniversario, Topo!
A te che tornavi sempre e mi raccontavi tante cose della tua vita..
A te che a un certo punto ci siamo guardati e ti ho detto: "ma che vai subito a casa?"..A te per tutte le camminate lunghissime di quell'autunno, per le chiacchierate, le risate, la comprensione innata di due anime tanto diverse..
A te, che quel pomeriggio di febbraio ti avrei buttato giù dal parapetto, non fosse stato che già ti amavo troppo..
A te, che mi hai regalato un innamoramento fatto di lunghi discorsi e lettere, di passi fatti insieme, senza fretta..
A te che mi hai insegnato ad amare, e per me amare significa amarti..
A te, perché grazie a te ho imparato a lottare per ciò che è importante..
A te, perché quando ci siamo messi insieme ero una cosa informe, e tu mi hai aiutato a diventare una donna e ad affrontare la vita..
A te, adesso che stiamo per prendere una casa, perché tu sappia che lotterò con te quando il gioco diventerà duro..
A te che presto sarai mio marito..
Buon anniversario, Topo!
lunedì 26 aprile 2010
Facciamo qualcosa di sinistra?
Ieri, 25 aprile, anniversario della Liberazione.
Io e Topo eravamo a Udine a trovare certi amici: lassù il 25 aprile è una festa sentita, non per niente è sede dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.
Io vengo dal centro Italia: noi non sappiamo cos'è la resistenza partigiana quella vera, nelle campagne dei miei nonni sono arrivati quasi subito gli inglesi, e spesso vengono ricordati con più affetto i pochi ragazzi tedeschi sbandati ai quali venivano offerti un piatto di minestra e un letto per alleviare la ritirata piuttosto che i generali alleati che con arroganza tutta anglosassone imponevano la loro presenza nelle case trasformate in quartier generale.
Noi non conosciamo i partigiani.
Ed è stata una scoperta straordinaria, una volta tanto, sentirsi parte di un paradigma comune, di un ideale condiviso, di una politica che non è carriera e arrivismo ma è sogno di un domani migliore (soprattutto per una generazione come la nostra, che invece di sognare cerca di arrivare sana e salva a letto la sera senza che il mondo faccia troppi danni).
Alla grigliata di festeggiamento dopo la manifestazione si mescolavano ragazzi con troppi orecchini e tatuaggi, signore bene col foulard di seta e vecchi militanti coi fazzoletti dell'Anpi, uomini e donne che la guerra la portano ancora scritta nei solchi del viso; c'era musica sinistreggiante prima latinoamericana e poi italiana impegnata, e l'odore del fumo si mescolava al sole e alle voci di tante persone diverse tutte unite da una qualifica: antifascista.
Beh, gente: tanto è stato l'entusiasmo e il trasporto che io e il Topo abbiamo finito per tesserarci anche noi.
Ma stringendo in mano la tessera non ho potuto che porre a me stessa una domanda: di fronte a un dramma così lacerante come una dittatura subita che si trasforma in guerra civile, sarei stata capace anch'io di deporre la vita di tutti i giorni, le abitudini e la sicurezza per intraprendere un'esistenza di trincea, in cui ogni sospiro potrebbe essere l'ultimo e andrebbe comunque speso per lottare? Avrei avuto la forza di combattere per un'ideale come hanno fatto quegli stessi uomini e donne, non già personaggi di un libro ma volti e voci che mangiavano e ridevano attorno a me? La risposta non me la sono ancora data..
Buon anniversario della Liberazione!
Io e Topo eravamo a Udine a trovare certi amici: lassù il 25 aprile è una festa sentita, non per niente è sede dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.Io vengo dal centro Italia: noi non sappiamo cos'è la resistenza partigiana quella vera, nelle campagne dei miei nonni sono arrivati quasi subito gli inglesi, e spesso vengono ricordati con più affetto i pochi ragazzi tedeschi sbandati ai quali venivano offerti un piatto di minestra e un letto per alleviare la ritirata piuttosto che i generali alleati che con arroganza tutta anglosassone imponevano la loro presenza nelle case trasformate in quartier generale.
Noi non conosciamo i partigiani.
Ed è stata una scoperta straordinaria, una volta tanto, sentirsi parte di un paradigma comune, di un ideale condiviso, di una politica che non è carriera e arrivismo ma è sogno di un domani migliore (soprattutto per una generazione come la nostra, che invece di sognare cerca di arrivare sana e salva a letto la sera senza che il mondo faccia troppi danni).
Alla grigliata di festeggiamento dopo la manifestazione si mescolavano ragazzi con troppi orecchini e tatuaggi, signore bene col foulard di seta e vecchi militanti coi fazzoletti dell'Anpi, uomini e donne che la guerra la portano ancora scritta nei solchi del viso; c'era musica sinistreggiante prima latinoamericana e poi italiana impegnata, e l'odore del fumo si mescolava al sole e alle voci di tante persone diverse tutte unite da una qualifica: antifascista.
Beh, gente: tanto è stato l'entusiasmo e il trasporto che io e il Topo abbiamo finito per tesserarci anche noi.
Ma stringendo in mano la tessera non ho potuto che porre a me stessa una domanda: di fronte a un dramma così lacerante come una dittatura subita che si trasforma in guerra civile, sarei stata capace anch'io di deporre la vita di tutti i giorni, le abitudini e la sicurezza per intraprendere un'esistenza di trincea, in cui ogni sospiro potrebbe essere l'ultimo e andrebbe comunque speso per lottare? Avrei avuto la forza di combattere per un'ideale come hanno fatto quegli stessi uomini e donne, non già personaggi di un libro ma volti e voci che mangiavano e ridevano attorno a me? La risposta non me la sono ancora data..
Buon anniversario della Liberazione!
sabato 24 aprile 2010
Siamo alla frutta
Ieri sera ero sotto la doccia.
Stavo ovviamente pensando ad altro.
Prendo un flacone di sapone e comincio a lavarmi i capelli, sempre pensando ad altro.
Dopo qualche secondo mi risintonizzo: il sapone fa poca schiuma. Ripercorro mentalmente i miei gesti..
Si, mi stavo lavando i capelli col sapone intimo.
Mi sono davvero sentita una TESTA DI CAZZO..
Stavo ovviamente pensando ad altro.
Prendo un flacone di sapone e comincio a lavarmi i capelli, sempre pensando ad altro.
Dopo qualche secondo mi risintonizzo: il sapone fa poca schiuma. Ripercorro mentalmente i miei gesti..
Si, mi stavo lavando i capelli col sapone intimo.
Mi sono davvero sentita una TESTA DI CAZZO..
martedì 20 aprile 2010
Io sono mia è una stronzata
Se avete notato ha messo un nuovo blog tra quelli che seguo, generosamente copiato dal blog di Nef dopo qualche tentativo di lettura.
Consiglio a tutte le signorine in ascolto di farci un giretto, perché per una volta abbiamo per le mani qualcuno che di fronte ad una gravidanza non si sdilinquisce "ma guaaaaaaardaaa.. ma come stai beeeeeeeneeeee, ma sei conteeeeeenta?"
No, porca.. Non sono contenta.
Mi sto cagando sotto.
Noi donne siamo ancora sottoposte alla più primordiale delle esperienze, l'unica che è forse rimasta dopo millenni e millenni di forchette, piatti, tazze del water, biancheria osée e preservativi. Quella di far uscire un coso grosso come un cocomero da un buco largo come un limone (se va bene).
Non vi pare che un po' di cagotto è più che giustificato?
Il parto ti mette davanti ad una delle verità più profonde e sconcertanti della vita: noi donne non siamo nostre. Mai.
E se come me non avete ancora avuto un bambino basterà ricordarvi della volta in cui avevate paura di essere rimaste incinta e poi non era vero (anche a me e Topo è successo, e da allora pillola, pillola, pillola..): l'idea fissa è "mo come cazzo faccio? Come lo capisco se dentro 'sto fagiolo c'è? Oddio, oddio, oddio..", finché un test di gravidanza non arriva a dirti che hai scampato il pericolo.
Ma in realtà non sei tu a decidere cosa succede nel magico mondo dell'utero: è come se dentro di te ci fosse un piccolo pianeta estraneo che funziona a prescindere dal resto del tuo corpo. Lo stomaco lo senti, il cuore batte, l'intestino è lì, ma l'utero è dannatamente incontrollabile.
Prova il fatto che anche il figlio nato dal massimo dei dubbi diventa poi la tua ragione di vita, insieme alle molte altre cose che sei..
Io sono mia? Si, ciao..
Consiglio a tutte le signorine in ascolto di farci un giretto, perché per una volta abbiamo per le mani qualcuno che di fronte ad una gravidanza non si sdilinquisce "ma guaaaaaaardaaa.. ma come stai beeeeeeeneeeee, ma sei conteeeeeenta?"
No, porca.. Non sono contenta.
Mi sto cagando sotto.
Noi donne siamo ancora sottoposte alla più primordiale delle esperienze, l'unica che è forse rimasta dopo millenni e millenni di forchette, piatti, tazze del water, biancheria osée e preservativi. Quella di far uscire un coso grosso come un cocomero da un buco largo come un limone (se va bene).
Non vi pare che un po' di cagotto è più che giustificato?
Il parto ti mette davanti ad una delle verità più profonde e sconcertanti della vita: noi donne non siamo nostre. Mai.E se come me non avete ancora avuto un bambino basterà ricordarvi della volta in cui avevate paura di essere rimaste incinta e poi non era vero (anche a me e Topo è successo, e da allora pillola, pillola, pillola..): l'idea fissa è "mo come cazzo faccio? Come lo capisco se dentro 'sto fagiolo c'è? Oddio, oddio, oddio..", finché un test di gravidanza non arriva a dirti che hai scampato il pericolo.
Ma in realtà non sei tu a decidere cosa succede nel magico mondo dell'utero: è come se dentro di te ci fosse un piccolo pianeta estraneo che funziona a prescindere dal resto del tuo corpo. Lo stomaco lo senti, il cuore batte, l'intestino è lì, ma l'utero è dannatamente incontrollabile.
Prova il fatto che anche il figlio nato dal massimo dei dubbi diventa poi la tua ragione di vita, insieme alle molte altre cose che sei..
Io sono mia? Si, ciao..
giovedì 8 aprile 2010
Monaci e guerrieri
Io sono una che con la vita ci combatte.Tutti i giorni.
Mi arrabbio quando non va come voglio io e cerco di cambiarla a tutti i costi, ci sto male se non riesco a farlo o se succede qualcosa che non capisco, sto sempre di vedetta per schivare le trappole nascoste.
Non lo faccio apposta: Dio sa se vorrei essere diversa e prendere l'esistenza come viene, ma sono naturalmente assemblata in modo diverso, esisto col coltello fra i denti.
Io sono un guerriero.
Detto così fa pomposo e un pochino altisonante. Il brutto della cosa è che sto sempre in ansia: rimescolare continuamente i parametri della propria esistenza in cerca della magagna è stressante e nemmeno tanto divertente, anche perché la magagna alla fine arriva in un modo che nemmeno ti immaginavi..
Non tutti sono così. Prendiamo il Topo, per esempio: lui è un tipo calmo, fiducioso nel futuro, uno che non si fa mai venire l'ansia a sproposito. Io lo ammiro, perché nella sua vita è riuscito senza quasi problemi a fare cose per le quali io sarei quasi morta, tipo cambiare tre voli la prima volta che faceva un viaggio aereo, cambiare mestiere e non sentirne troppo contraccolpo. Per riprendere la metafora medievaleggiante lui sarebbe un contadino pacioso, o meglio ancora un monaco: fiducioso nel futuro e nella provvidenza vede l'ordine interno alle cose e non si turba eccessivamente per le cretinate quotidiane che ci affliggono. E per colmo di ironia le grane non lo cercano nemmeno troppo, a differenza di noi guerrieri che ci infiliamo l'elmo e andiamo a cacciarcele.
Ma come tutte le medaglie c'è un rovescio.
Vivendo da guerriero accanto a un monaco, oltre a giovarmi della sua calma beata (che è una mano santa) mi rendo conto che chi come me è abituato sempre a lottare difficilmente resta steso a terra: prendiamo decisamente più mazzate, ma ci rialziamo quasi sempre. Mentre invece i monaci, se colpiti troppo forte, affondano e a volte non si riprendono. Ho trovato tante cose che mi hanno fatto soffrire, ma nessuna mi ha sconfitto, perché a lungo andare ho imparato a combattere. I monaci invece hanno bisogno di qualcuno accanto che, quando il gioco si fa duro, cominciano a picchiare ancora più duro.
E per fortuna io e il Topo ce ne ricordiamo sempre..
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